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Dedicato a tutti
i bambini che hanno fatto una grande luce; così termina questo
bellissimo film di Pupi Avati, l'ennesimo film in cui viene fuori la classe
del nostro grande regista.
Un film che si basa sui ricordi di infanzia di Pupi, seguendo la linea
conduttrice di altri suoi bellissimi film precedenti.
Il film è ambientato nel dopoguerra, in un'Italia dispersa tra
povertà, miseria e fame; un'Italia in cui pur di portare un po'
di pane a casa(per chi aveva un tetto) si era costretti a rubare.
In questo contesto post guerra, ecco la storia di un giovane appassionato
di cinema che lavoricchia poco cercando la via più facile dei furti
per non fare la fame e di sua madre, vedova di guerra, costretta a darla
via agli uomini sempre per non fare la fame.
I due vivono a Bologna, dentro una chiesa insieme agli altri sfollati
fino a quando la chiesa non riprenderà le funzioni religiose, momento
in cui madre e figlio cercano un tetto dove dormire.
Lei nel frattempo, manda una lettera chiedendo aiuto al cognato che vive
a Fasano e che non vede da quando fu costretta a fuggire dalla Puglia
insieme al marito, rea di essere stata ingravidata prima del matrimonio
e che essendo considerata una donna peccatrice, fu costretta a rompere
ogni tipo di rapporto con la famiglia di lui.
Il cognato, interpretato in modo lodevole dal grande Antonio Albanese,
vive in un mondo tutto suo, tra la sua malattia che lo rende un po' come
"lo stupido" del paese, la sua azienda familiare di confetti
e le bombe da far esplodere nei campi:le stesse bombe che hanno ucciso
tantissimi bambini e tantissimi suoi amici.
Quando riceve la lettera, pur andando contro le sue zie, decide di rispondere
alla donna di cui è innamorato pur non avendola più vista
in tutti quegli anni e decide di ospitare lei e il figlio alla condizione
di fidanzarsi con lei.
I due partono da Bologna con una macchina rubata e arrivano in Puglia
dopo un viaggio lungo; la donna viene accolta in malo modo dalle zie e
contro la sua volontà alla fine rimane lì, sposando il cognato
dal buon cuore.
A questo punto il film si basa sul raggiungimento degli scopi personali
dei personaggi.
Le zie infatti accolgono la donna peccaminosa solo dopo aver ricevuto
metà delle proprietà del nipote e dopo averla fatta esorcizzare.
Il figlio della donna, che è il personaggio più negativo
del film, interpretato dal bravissimo Neri Marcorè, pur tradendo
la fiducia dello zio-patrigno, riesce ad esaudire il suo sogno nel mondo
del cinema, ottenendo con i suoi imbrogli soldi, cibo e un tetto.
La donna, pur di far contento il figlio, si sposa con il cognato in cambio
di tranquillità e con la volontà di non concedersi più
a nessuno per bisogno, nemmeno al neo-marito.
Ed infine lo sposo, che si dimostra l'unico ad avere dei veri valori in
cui credere pur essendo malato, trova finalmente la felicità dopo
aver sposato la donna, non sentendosi più solo pur essendo cosciente
di essere in fin dei conti "usato" da tutti quelli che gli stanno
attorno.
Pupi Avati con questo film riesce a regalare emozioni e sorrisi ma che
fa riflettere ancora una volta sulla situazione del nostro paese nell'immediato
dopoguerra.
Ottima fotografia, ottima sceneggiatura, ottima scenografia e ottima interpretazione
degli attori; una bella storia per un bellissimo film di cui il cinema
dovrebbe esserne fiero. Il cinema Italiano ha bisogno di film come La
seconda notte di nozze.
Pupi Avati è un grande. Perché riflette il passato, il presente,
e anche il futuro.
"Lo sai perché mandano me a disinnescare le mine? Perché
è un lavoro pericoloso in cui si può morire. E se io muoio
tanto non importa a nessuno. Ecco perché mandano me"
Francesco
Genovese
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