Quando sei nato non puoi più nasconderti

Nazione: Italia, Regno Unito, Francia
Anno: 2005
Genere: Drammatico
Regia: Marco Tullio Giordana
Cast: Alessio Boni, Michela Cescon, Rodolfo Corsato, Matteo Gadola, Andrea Tidona, Adriana Asti

Autore della recensione: Federico Costanza

Sandro, il protagonista, è un ragazzino che vive nella ricca Brescia, città lombarda e un po' veneta, a ridosso del Lago di Garda, in quella "Padania" economicamente attivissima in cui ognuno "si fa da sè": l'ostentazione delle proprie conquiste materiali, l'azienda, il Porsche, la villa, la piscina, i giri tra le vetrine barluccicanti del centro, le eleganti gallerie piene di negozi. Il piccolo imprenditore bresciano - impersonato dal bravo attore Alessio Boni, nel film il padre di Sandro - ama ripetere a se stesso e ai suoi operai che "lui si è fatto un culo così!"...insomma, meriterà pure qualche sfizio: la macchina di grossa cilindrata che va veloce e ne condivide coi "suoi uomini" la spasmodica e gioiosa descrizione. I suoi "uomini" sono gli operai della sua azienda che lo circondano al tavolo della mensa attorno al quale tutti vengono accolti a braccia aperte dal "padrone", colui che dà lavoro e rende partecipi tutti delle sue conquiste, in un idillio del lavoro assunto a panacea di ogni male, di ogni dolore. I suoi "uomini" sono gli immigrati, le braccia che sorreggono il fardello della produttività, della ricchezza di pochi redistribuita ai molti che nel padrone non possono che vedere la speranza di uscire definitivamente dall'incubo dal quale provengono, il modello da seguire, la nuova vita.
Sandro è cresciuto in tale contesto, in mezzo ai lavoratori stranieri della fabbrica del padre, spalla a spalla coi loro figli sui banchi di scuola. Sandro non ha mai sperimentato la "diversità" perché è stato educato a non vedere nel compagnetto di scuola di colore un "altro": si confida con lui, portano lo stesso zaino firmato, il fay col cappuccio di pelo, financo la stessa parlata bresciana e lo stesso gergo adolescenziale. Giocoforza, Sandro vive la multiculturalità di Brescia, città ad altissima immigrazione. Ed è così costretto ad assaporare una prima volta l'altra faccia della medaglia, scontrandosi con il dolore di un vecchio clochard nero incontrato per strada che gli urla frasi in una lingua sconosciuta, ma troppo chiare e nitide perché la sua piccola coscienza non provi a trattenerne il senso di angoscia e frustrazione trascrivendole in un foglio e imparandole a memoria.
Poi inizia un viaggio in barca a vela, il senso di disagio di Sandro di fronte alla sfrontata sicurezza del padre e dell'amico avvocato dal nomignolo ancor più sfrontato, Popi. Sandro non riesce ancora a capire molti atteggiamenti ambigui dei grandi: Popi che si toglie la fede nuziale dal dito per abbordare due turiste, il padre che si pavoneggia con le stesse al supermercato e poi inorridisce (probabilmente in maniera ipocrita) quando il figlio confessa di aver fumato spinelli nei suoi viaggi studio estivi in Inghilterra; c'è tutto il senso di fastidio di un dodicenne che apre i suoi occhi al mondo dei grandi. Questo tema sottolineerà buona parte del film.
Durante il viaggio nel Mediterraneo, notte tempo, Sandro casca in acqua sporgendosi dalla prua. Il padre e l'amico se ne accorgeranno in ritardo, quando già il bambino è stato recuperato da un barcone di clandestini che transitava di lì. E' a questo punto che Sandro comincia davvero ad aprire gli occhi al mondo, ma stavolta li aprirà su un altro mondo e assaporerà il dramma e la disperazione di migliaia di anime in fuga dalle loro misere vite in cerca di un sogno.
Sulla barca conosce Alina e il fratello Radu, rumeni fra i tanti ad inseguire un'illusione, una speranza. Una speranza che ha le parole di una canzone di Ramazzotti, sussurrata dalla piccola Alina, che pur non parlando bene l'Italiano però già lo capisce e bene, perché sa che capirlo è fondamentale per animare questi suoi sogni. Il viaggio sulla "carretta del mare" è faticoso e lungo come l'avventura dei suoi protagonisti, in balia degli scafisti e del motore della barca che, come la forza di volontà degli occupanti dello scafo prima sembra desistere, darla vinta al mare per poi ripartire in un ultimo sussulto di vita che rianima tutti: la flebile illusione di una rinascita è ancora viva e nulla è perduto ancora.
Giunti in Italia, il calvario non è ancora finito. L'altra sponda del "Mare Nostrum" accoglie i figli meno fortunati con la diffidenza di un padre che riabbraccia un figlio mai conosciuto e da sempre ripudiato: i controlli d'identità, le schedature, le leggi da rispettare ed inizia un altro viaggio della speranza per i profughi. Sandro è riconosciuto come italiano, ritrovato dai suoi genitori ma adesso la sua riconoscenza verso i nuovi "fratelli" che lo hanno salvato dalle onde non può avere lo stesso valore della riconoscenza com'è intesa in questo nostro mondo occidentale: i soldi, una casa, un lavoro, il telefonino. Radu e Alina sono clandestini, una condizione di non-esseri umani nel "nostro mondo", non-cittadini e quindi senza diritti. E' la vita ad imporre una nuova separazione, a porre nuovamente Sandro di fronte ad un'altra cesura fra questo e quell'altro mondo, a dover decidere.
Per i bronx di un'altra opulenta città del Nord produttivo italiano Sandro andrà in cerca dei suoi "fratelli", della sua Alina e, ancora una volta, saranno le note suasive di Ramazzotti a sottolineare una speranza, la speranza di ritrovarla e lo condurranno da lei. Ma lo costringeranno, anche stavolta, a scontrarsi con la realtà, molto più dura di quella che immaginava prima di questo lungo, drammaticamente "vero" viaggio: una realtà dalla quale non potrà più nascondersi.

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